Gli stereotipi di genere sono ovunque.

Sono nei giocattoli, quando vengono rigidamente suddivisi fra quelli per maschi (come le macchinine, le armi, i robot) e quelli per femmine (come le bambole, i giochi per la cura della casa, i trucchi).

Sono nei libri di scuola quando, per esempio, la mamma viene relegata alla dimensione della casa mentre il papà lavora o i maschi vanno all’avventura.

Sono nelle pubblicità, nei film, nei programmi televisivi, nei testi delle canzoni ogni qualvolta, ad esempio, l’immagine delle donne viene oggettivata.

Sono negli articoli quando le donne non vengono chiamate per nome e cognome come i loro colleghi maschi.

Sono nel nostro modo di parlare quotidiano e nella nostra reticenza a declinare tutte le cariche al femminile.

Gli stereotipi di genere sono, soprattutto, nella nostra testa: non è facile decostruirli perché appartengono a una cultura nella quale siamo tutti e tutte, chi più chi meno, cresciuti.

Si presentano ogni qual volta diamo a un bambino della femminuccia perché manifesta la sua sensibilità. Quando giudichiamo male una donna per via del suo comportamento sessuale. Quando, in sostanza, definiamo come dovrebbe essere una persona in base a dei ruoli di genere predefiniti.

Gli stereotipi di genere sono lo specchio di una mentalità dura a morire, che ha conseguenze purtroppo concrete. Una di queste è quella di mantenere un contesto sociale di disparità di genere.

Esiste, a mio avviso, una correlazione fra lo stereotipo della donna sensibile e adatta alla cura e alla dimensione domestica rispetto all’uomo più razionale e adatto alla sfera pubblica con il fatto che, per esempio, la metà delle donne in Italia con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavori o che le donne vengano pagate mediamente meno degli uomini.

Esiste una correlazione fra il pregiudizio che vede i maschi più portati per le materie scientifiche e le femmine per quelle umanistiche e il fatto che nel nostro Paese siano ancora poche le donne laureate in discipline STEM.

Esiste temo, purtroppo, una correlazione fra la convinzione che la donna debba essere bella (mentre l’uomo capace) e la violenza di genere. Giudicare le donne in base alla loro avvenenza rispetto alle proprie capacità, al proprio intelletto o alla propria personalità contribuisce infatti ad alimentare una rappresentazione della donna come oggetto e non come soggetto.

Un oggetto non ha una propria personalità e una capacità di scelta. Un oggetto non possiede, viene posseduto, e questo può contribuire a creare un terreno favorevole alla discriminazione e, nei casi estremi, alla violenza.

La violenza di genere è una piaga che in Italia colpisce una donna su tre (secondo l’Istat il 31,5% delle 16-70enni ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale) ed è un fenomeno culturale. Uno dei modi più efficaci per contrastarla sul nascere è dunque attraverso l’educazione al rispetto e al superamento degli stereotipi di genere.

Come scrittrice e attivista, mi sono posta sin da subito questa sfida e nel 2014 ho pubblicato il mio primo libro di narrativa proprio su questo argomento.

Mi piace Spiderman…e allora?” (pubblicato da Settenove, una casa editrice nata per prevenire la violenza di genere) è il diario di una bambina di 6 anni, Cloe, con una grande passione: Spiderman, e la cartella del suo personaggio preferito che ha scelto per cominciare la prima elementare. La reazione di tutti si riassume però in un’unica ripetitiva frase: «Ma è da maschi!».

Intorno a lei, il mondo della scuola, dei giocattoli e persino degli inviti alle feste di compleanno è rigidamente diviso tra maschi e femmine.

Cloe racconta in prima persona la realtà che ha intorno, affiancata dai suoi genitori che la aiutano a smontare i meccanismi di rigida opposizione tra maschi e femmine che feriscono Cloe e il suo desiderio di libertà. Non le sfuggono i riflessi sessisti nelle parole impiegate dagli adulti e nemmeno lo sfruttamento del corpo femminile nei media.

Mi piacerebbe poter affermare che questo libro sia ormai superato ma purtroppo non è così. Attualmente l’Italia è al 76esimo posto su 153 Paesi per la parità di genere nel mondo secondo il Global Gender Gap Report 2020: di strada ce n’è ancora da fare.

Sono convinta che le storie siano uno dei modi migliori per liberare le nuove generazioni dalle gabbie degli stereotipi di genere, che rendono ancora difficoltoso il raggiungimento della parità. Un impegno espresso anche nella carta dei valori di Icwa. Dopo “Mi piace Spiderman…e allora?” ho pubblicato altri due libri di narrativa che hanno cercato di disfare i pregiudizi legati al genere: “Ti amo in tutti i generi del mondo” (Giraldi, 2016) sul tema dell’identità di genere e “Period Girl” (Settenove, 2020), sul tabù del corpo del femminile, in particolare sulla rappresentazione del periodo mestruale.

Credo che le storie abbiano il potere di farci vivere realtà differenti, sperimentando attraverso i protagonisti e le protagoniste tanti e nuovi modi di essere in maniera semplice e coinvolgente.

E allora scrivere di un’eroina a cui piace Spiderman o di un bambino a cui piacciono le bambole diventa quasi un atto necessario per dichiarare al mondo che non esiste un unico modo di essere ma tanti e differenti sfumature. Tutte dignitose. Che se c’è il rispetto, allora puoi essere e fare tutto, e che è ok se ti senti diverso o diversa rispetto alle aspettative altrui.

Dopo aver letto “Mi piace Spiderman…e allora?”, un bambino ha detto alla sua mamma quella che, a oggi, considero ancora la miglior recensione che io abbia mai ricevuto: “Mi ha ispirato” ha dichiarato “Sento che domani potrò fare tante cose”.

Articolo pubblicato sul Quaderno “Etica e libri per l’infanzia” di ICWA, l’Associazione italiana scrittori e scrittrici per ragazzi.