Il tornado del '95

Foto tratta da Tornadoit.org
Il 3 luglio del 1995 uscivo da una fabbrica a bordo di un Ciao.
Era brutto il Ciao nero di mio fratello, anche se aveva un adesivo dei Rolling Stones che gli dava un’aria alternativa, e soprattutto era lento.
Molto lento.
Quando uscivo con le amiche, il mio motorino, che era il più vecchio di tutti, rimaneva sempre indietro.
Anche quella volta, con la tromba d’aria che ci passava accanto, rimase indietro.
Quell’estate trascorsi in fabbrica i mesi di giugno e luglio.
Avevo appena compiuto i diciottanni, frequentavo il liceo e in agosto, per la prima volta, sarei andata in vacanza da sola con le mie amiche.
Le mie amiche quella vacanza se la sarebbero dovuta guadagnare lavorando.
A me quest’incombenza in famiglia era stata risparmiata ma il mio orgoglio mi aveva impedito di sfruttare quel vantaggio. Io non volevo privilegi, io volevo essere come le mie amiche.
Così, quell’anno, in fabbrica a guadagnarmi le vacanze estive ci andai pure io.
Ricordo ancora il primo giorno.
Tutte le mie amiche erano state mandate ai tavoli di lavoro.
Io fui messa alle macchine.
Ricordo che domandai il motivo di quella scelta al responsabile, il quale per tutta risposta andò a chiamare il titolare.
Il titolare arrivò e disse: «C’è qualche problema? Perché se c’è qualche problema, puoi anche andare via» tanto per chiarire subito quale fosse il mio posto nella scala gerarchica di quell’universo.
I giorni successivi non furono migliori.
In reparto non si poteva parlare. Le mie amiche riuscirono ad arginare parzialmente il problema cantando. Cantare si poteva. Bastava non comunicare.
Cantando, si inventavano parole e si conversava di nascosto.
A me era precluso anche quello.
Ero stata messa alle macchine e le mie amiche, alle macchine, non c’erano.
Era il regno delle operaie più grandi, quello, lavoratrici che dopo un mese e mezzo non se ne sarebbero andate via come noi, ma avrebbero continuato a lavorare nell’inferno.
Di nessuna ci si poteva fidare. Molte, consumate dall’ambiente, si erano incattivite.
Di una, però, ho un bel ricordo: una dolce signora, che di quel lavoro aveva molto bisogno.
Quella mamma mi aveva preso in simpatia, ma la nostra complicità fu arginata presto.
Siccome non c’era verso di addomesticarmi, il responsabile mi impedì di comunicare con l’umanità costruendomi intorno una sorta di bunker fatto di scatole di cartone.
Ancora oggi quando penso a una cosa molto stupida mi viene in mente un bunker di cartone.
Una delle mie amiche, un giorno, chiese di poter essere esonerata dal trasporto dei sacchi perché aveva un problema alla schiena. Non fu ascoltata e credo anzi gliene diedero di più pesanti.
La mia amica sopportò per giorni. Poi, verso la fine della nostra permanenza, sbottò.
«Lei è un mentecatto!» gridò al responsabile montando sul motorino fra gli applausi.
Mi stupì l’eleganza dell’insulto.
Il pomeriggio di quel 3 luglio del ‘95 eravamo tutte là, all’uscita della fabbrica, ferme sui nostri motorini.
Davanti a noi furoreggiava, minaccioso, l’altissimo cono mulinante di un tornado. Una lingua d’aria alta più delle montagne che sferzava a velocità inverosimile fra i pali della luce.
Non era una prateria del Kansas, era il piccolo paese di Cividino.
Nessuna di noi, prima di allora, aveva mai visto un tornado dal vivo.
Dove sarebbe andato? Da che parte avrebbe proseguito il suo percorso?
Se il tornando si stava avvicinando, allora si doveva scappare.
Se invece si stava dirigendo verso le nostre case, sarebbe stato meglio attendere.
A noi sembrò che si stesse avvicinando, così ci muovemmo: nel dubbio, meglio la fuga che l’attesa della morte. Soprattutto se l’attesa era nel parcheggio grigio di una fabbrica a luglio.
Fuggimmo a bordo dei nostri motorini.
Naturalmente, io restai indietro. Il Ciao nero di mio fratello era lento e lo fu anche in quel tragico giorno.
Le mie amiche mi distanziarono presto svoltando nei pressi delle loro abitazioni.
Io guidai fino a Palazzolo e, quando giunsi in piazzetta degli Alpini, mi accolse uno scenario apocalittico: rami, forse tronchi, riversi per strada che mi costrinsero a uno slalom difficoltoso, aghi di pino per terra, persino un camion ribaltato vicino alla fontana.
La tromba d’aria doveva essere appena passata. Se fossi arrivata poco prima, non sarei sopravvissuta.
Ma io, per fortuna, ero rimasta indietro.